Bayadére è un balletto intriso di esotismo idealizzato, sia nella trama melodrammatica che nell’estetica dell’insieme. Nella tradizione la sua scena più̀ celebre, il Regno delle Ombre, si presenta borderline al limite tra il reale e l’aldilà, dove le ombre che appaiono sono come congelate nella loro tragica condizione e i movimenti che compiono sono rituali; l’atto esprime una visione che esula dal contesto e che apre a un passaggio di puro movimento, astratto e lucido nella sua semplicità̀ formale. Il mio interesse è rivolto proprio al potenziale compositivo che questa scena contiene, non per replicarla ma per scatenare tutta la sua forza dinamica ed anche per restituire all’allucinazione di Solor la sua vera natura psichedelica.
Michele Di Stefano
Mortal Heroes conduce, attraverso un percorso viscerale, alla scoperta del potenziale umano, un’odissea fra caos e amore, oscurità e luce, fragilità e forza. La coreografia, da cui emerge chiaramente il linguaggio corporeo tipico del lavoro di Sita Ostheimer, diventa una ricerca poetica verso “l’altro”, una lettera d’amore verso la resilienza, la capacità umana di sopravvivere, rinnovarsi e trasformarsi. Sulle musiche evocative di Adrien Casalis e le luci immersive di Barnaby Booth, la scena si trasforma in un luogo di continua metamorfosi, dove incontri intensi e profondamente umani conducono lo spettatore dentro un'esperienza emotiva condivisa. Qui l'eroismo non risiede nella perfezione, ma nella vulnerabilità, nel coraggio e nella volontà di proseguire.
La mano è stata a lungo pensata come un condotto di potere, che trasforma l’energia invisibile nel mondo della forma. Il termine latino manifestus (chiaro, palese) comprende appunto la parola manus (mano). Manifestare è il modo per dire “io ci sono”, è il momento in cui acchiappiamo insieme un fuggente tratto di realtà, preso sul fatto, e lo presentiamo all’evidenza del pubblico, della piazza, degli altri. Non c’è rottura tra pensiero, gesto e immaginazione: le mani creano, modellano sia la materia che le idee, sono l’organo distintivo del genere umano emancipato dai vincoli del mondo animale. Sono volti senza occhi, ma vedenti e parlanti. Questo progetto sviluppa una coreografia per un gruppo di tre danzatorə: una forma astratta di rappresentazione, attraverso referenze non narrative e i codici di alcune pratiche di street dance (tutting, fingering, popping, waving, vogueing, flexing etc), definendo un articolato spazio energetico in costante cambiamento per manifestarsi danzando nel flusso del presente.