Da lontano, mette in scena il tentativo irragionevole di una figlia adulta, diventata terapeuta, di fare oggi quello che non aveva potuto fare a quei tempi: aiutare quella madre tribolata, che esisteva solo quando lei era bambina.
“Quanti di noi, da piccoli, hanno assistito impotenti ai drammi degli adulti amati? Quanti avrebbero voluto intervenire? Aiutare, capire. In fondo salvarli. E quasi mai si può. Tra i desiderata incompiute che abitano un ‘esistenza, ogni tanto fra le impossibili fa capolino quella di psicanalizzare quel genitore dolente, che abbiamo conosciuto da bambini. Avere i mezzi, gli strumenti per farlo, per dargli l’ascolto dovuto ed aiutarlo senza che se ne accorga. Il genitore che sentivamo più fragile. Quell’adulto impreparato al mondo a che ci accudiva alla bene e meglio attraversato com’era da tribolazioni e guai. Non stavano sempre bene i nostri genitori. Avevano parecchi dispiaceri. E noi eravamo piccoli, per lo più impotenti di fronte a quella loro ben declinata infelicità. Intuivamo, non sapevamo, sospettavamo non sapendo che fare. Allora ho immaginato un luogo, piccolo tra un fantomatico “di qua” e “di là” in cui questo fatto, questa parola che sia “evento”, che curi, possa accadere, per un po’.” (Lucia Calamaro)
Concerto per uno sconosciuto è uno spettacolo teatrale che prende forma a partire da un’esperienza reale: un cammino di 460 km, lungo il Kungsleden, nel nord della Svezia, compiuto dal protagonista.
Un ragazzo di 26 anni che lascia tutto – lavoro, affetti, aspettative – e parte, senza sapere cosa troverà. Lungo il cammino incontra paesaggi remoti, rifugi, persone che passano, che restano.
Le tappe del percorso diventano capitoli: dall’euforia iniziale al confronto con il silenzio, la fatica, la solitudine, la bellezza. Gli incontri. E alla fine, il ritorno. Non per arrendersi, ma per guardare la vita con occhi nuovi.
Una riflessione su cosa significhi partire davvero, sulle cose da lasciare e su quelle da portare con sé. Uno spettacolo che parla del desiderio di cambiare e del bisogno di restare.
Nel 1889, un giovane omosessuale italiano di 23 anni scrive anonimamente a Émile Zola tre lunghe lettere in cui racconta le proprie esperienze, i dolori, gli amori e la propria formazione emotiva e sessuale. È una vera e propria confessione, scritta con verità e senza censure nel giro di poche settimane. L'obiettivo di quelle lettere è spingere Zola a trasformare quella confessione in un romanzo e a rappresentare per la prima volta un personaggio omosessuale nella letteratura. Una richiesta potente, potenzialmente rivoluzionaria. Ma quel racconto, così ricco di diritto alla differenza e di lucidità psicologica, non viene pubblicato da Zola. Le lettere, però, non restano in un cassetto. Dopo alcuni anni Zola le passa a un medico, il dottor Saint-Paul, che le edita quasi integralmente all'interno di una pubblicazione scientifica sulle cosiddette perversioni sessuali, con il titolo “Romanzo di un invertito nato”. Quell'affermazione di sé, quel grido acuto di dolore e libertà, cade ancora nelle mani sbagliate e diventa uno strumento per screditare, discriminare e disprezzare. Nascondevo ghiaccio sotto le mie ardenti carezze nasce dalla rilettura di questa vicenda da parte di Michele Di Giacomo e Angelo Di Genio, che ridanno vita alle parole dell'Anonimo e si interrogano sull'importanza della rappresentazione nell'arte come mezzo di lotta alla discriminazione.