Dove vanno a finire i palloncini è una pennellata di colore in un’epoca indubbiamente grigia, tesa. È un inno alla raffinatezza e all’eleganza, un’esaltazione – finalmente – della parola italiana e delle sue mille potenzialità semantiche. È luce soffusa contro l’eccesso (a volte spreco) di illuminazione, è voce pacata contro le grida del quotidiano. Se aggiungi che lo spettacolo in questione è per bambini, la formula risulta quasi sperimentale, pur trattandosi di un omaggio a un cantautore scomparso oltre vent’anni fa.
I palloncini sono quelli che «sfuggono di mano ai bambini», come cantava Renato Rascel in una delle sue più poetiche canzoni dedicate al mondo dell’infanzia. Attore di teatro ma anche di tv e cinema, comico, cantautore e ballerino, Rascel è un grande uomo di spettacolo, salito alla ribalta nell’Italia degli Anni Cinquanta e Sessanta. I suoi testi dedicati ai più piccoli sono di una profondità preziosa: raccolgono giochi di parole, messaggi educativi mai dogmatici, in un divertissement che non è mai fine a sé stesso. Va sempre oltre.
Età consigliata: dai 3 agli 8 anni Christopher Robin ha compiuto sei anni: deve iniziare la scuola elementare e teme che da quel momento non gli sarà più permesso Fare Niente, che per lui passare intere giornate nel Bosco dei Cento Acri tra la casa all’angolo di Winnie the Pooh e gli incontri con gli amici I-o, Gufo, Coniglio, Tigro e tanti altri. Fortunatamente scoprirà che Winnie the Pooh non lo dimenticherà mai e sarà sempre lì ad aspettarlo in cima alla foresta ogni volta che lui si ricorderà delle loro avventure al Bosco.