Prigioniera della propria bellezza e dei privilegi acquisiti con il matrimonio, la contessa ungherese Erzsébet Báthory è convinta che il sangue delle giovani vergini possa conservarne l'avvenenza. Nel suo castello costruisce così un sistema di adescamento e sterminio che, secondo i documenti del processo, avrebbe causato centinaia di vittime. Nel tempo della scena, la contessa è rinchiusa in una stanza del castello insieme al fedele complice nano Janos, mentre gli armigeri sono giunti per arrestarla. Rivolgendosi al Capitano, ripercorre la propria storia e le ragioni che l'hanno condotta fino a quel momento. Attraverso il racconto emergono il rapporto con la bellezza, l'ossessione per l'immagine e una solitudine alimentata dal desiderio di preservare sé stessa a ogni costo.