Oggi siamo bombardati da notizie di ogni tipo. Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un progressivo indebolimento della carta stampata a favore del click-bait e delle notizie in pillole. Questo ha portato alla crisi del giornalismo come lo abbiamo sempre conosciuto e molte testate si sono dovute adattare al nuovo panorama che gli si è presentato davanti. È il caso dei giornalisti protagonisti dello spettacolo, che vedendo il calo delle vendite reagisce a questa situazione cambiando volto. Iniziano così a prediligere l’utilizzo di articoli acchiappaclick introdotti da titoli sensazionalistici che rimandano a notizie in realtà trascurabili. Questo aumenta il numero di contatti sul loro sito, permettendo la sopravvivenza del giornale. Il passo dal click-bait alla fake news è però breve, fino a che non rimangono vittime della loro stessa trappola, quando il grande richiamo di una tanto catastrofista quanto falsa notizia, la fa realizzare davvero. Quando un’informazione democratica inizia a nuocere a se stessa? Che responsabilità hanno i media e le agenzie di informazione su tutto questo?
Karaoke Tomato Ketchup rompe i confini tra i generi teatrali, intrecciando teatro fisico, danza, mimo, canto, narrazione e clown. L’azione scenica, goffa e tragicomica, si sviluppa in un universo post-apocalittico sfacciatamente pop, seguendo una trama da B-movie, radicale nella sua imperfezione. A narrare sono tre figure grottesche che sembrano emerse da un vecchio anime: tute anni ’70, scarpe Adidas consunte, cerone bianco sul volto. Apparentemente, gli ultimi superstiti dopo una catastrofe. Attorno a loro, fumi, macerie e una macchina misteriosa: il karaoke. Il karaoke è il dispositivo centrale dello spettacolo, un rito pop per ricostruire il mondo. Attraverso errori e fallimenti clowneschi, i tre cercano di attivare la loro macchina corale con il pubblico che, cantando porta avanti l’azione scenica.