In uno spazio che richiama una wunderkammer ottocentesca — mobili in legno, tappeti persiani, velluti, statue, abat-jour e maschere dorate — si muove l’attore Angelo Di Genio. Insieme al pubblico ripercorre il processo che lui e Michele Di Giacomo hanno intrapreso nel riscoprire le lettere che l’Anonimo indirizzò a Émile Zola e la necessità di condividere con gli spettatori di oggi quel grido potente di accettazione.
Ma come farlo? E soprattutto: ha ancora senso, oggi, raccontare una storia simile?
A piedi nudi, l’attore attraversa tappeti e mobili, legge le parole dal computer e poi da fogli sparsi, abita quella stanza tutta per sé — un luogo intimo e in contrasto con il tempo presente — e lentamente scivola nel mondo dell’Anonimo omosessuale del 1889.
Dopo più di centotrent’anni, quelle parole tornano a vivere, restituite con delicatezza e intensità attraverso la voce amplificata da un microfono a filo.
A esse si intrecciano le domande che quella confessione ha suscitato nei due autori su temi come la disforia di genere, la dipendenza dal sesso, l’amore, la discriminazione e la rappresentazione.
Il lavoro si fonda sui materiali di una vera e propria ricerca: interviste con psicologi e psicoterapeuti, brani di letteratura e frammenti di opere di altri artisti che hanno attraversato gli stessi temi. Miti antichi, testi teatrali, canzoni pop, scene di film e videoclip irrompono sulla scena attraverso uno schermo sospeso.
In questo processo vivo accade di intravedere l’Anonimo: sembra di trovarsi nella sua stanza, ad ascoltarlo. Racconta l’infanzia, l’amore per il Sergente, il sesso con il Capitano, la solitudine.
Nei romanzi di Zola non leggeremo mai di un personaggio come lui. Eppure quella confessione non rimase chiusa in un cassetto: l’Anonimo la inviò a un medico, il dottor Saint-Paul, che la pubblicò all’interno di un trattato sulle perversioni sessuali con il titolo Romanzo di un invertito nato.
Così quella voce, nata come affermazione di sé, divenne strumento di discriminazione. Ma quell’attacco non resta senza risposta.
Nascondevo ghiaccio sotto le mie ardenti carezze costruisce un dispositivo in bilico tra restituzione e rappresentazione, tra documentarismo e reviviscenza, che dà voce all’Anonimo e alla sua richiesta di essere rappresentato, compreso, amato.
Uno spettacolo contemporaneo per guardare con gli occhi di oggi una vicenda dimenticata che parla ancora di noi.
Perché sì, c’è ancora bisogno di raccontare quelle vite. C’è ancora bisogno di combattere la discriminazione, ieri come oggi.