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NESSUN ELENCO DI COSE STORTE

Dopo una sciagura aerea, un terremoto, un incidente qualunque, vi è una grande attività intorno al luogo della disgrazia. Una di queste, quella più importante forse, è il recupero dei corpi incappati nella disgrazia e successivamente l’assegnazione di un nome ad  ognuno di quei. I governi investono molte risorse per queste due attività, perché non si può lasciare dei familiari di sciagure senza un corpo da piangere o diversamente detto non si può lasciare un corpo senza nome ovvero senza la ritualità che a quel nome, secondo il proprio vissuto, corrisponde. Assegnando quel nome noi assegniamo l’indirizzo ad un dolore, gli diamo una forma attraverso un rito, un modo di essere vissuto e rappresentato: la vita eterna, la pace dei sensi, la liberazione dalle rinascite.

Nella nostra società il rapporto diretto con la morte è stato completamente rimosso. Non è più fatto sociale, collettivo, con la sua conseguente riflessione e incisività sulla realtà, ma fatto personale da sbrigare in fretta, in privato e che può aspirare al massimo di rientrare in qualche statistica. Mancandoci il rapporto diretto con la morte noi perdiamo il rapporto diretto con la vita, col quotidiano e con ciò che è reale; una luce, un punto di vista da cui guardare le cose che ci pertengono, i fatti che ci succedono, le scelte che facciamo.

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