Camminando per le strade di Montevideo – dove siamo andate per incontrare alcuni protagonisti di questa storia – io e Fabiana ci siamo fatte tante domande sulle nostre domande. Perché non vengono fuori tanti sogni? Ci chiedevamo. A più di 4000 metri d’altezza la parola sonno si svuota del suo significato più comune e ne assume un altro sconosciuto. Si trema in una notte che è tre volte più lunga del giorno e ci si stringe a un filo di incoscienza, quel tanto che permetta di recuperare un poco – un poco di energia. Perché non arrivano certe risposte? È come essere di fronte a un prisma.
Oltre significa per noi stare in tutto ciò che va al di là, è andare innanzi, verso una linea di meta invisibile. Correre incontro a un padre, allenare la telepatia per raggiungere una madre, interrogare saggi e indovini per essere proiettati tra le braccia di un figlio sparito. Quel prisma allora raccoglie un po’ tutte le soglie, tutti i confini attraversati, fisici e metafisici, inclusa la componente spirituale del multiforme dialogo con Dio. Ciò che va oltre ogni comprensione. Roy Harley – uno dei sopravvissuti – ci ha detto che in fondo tutte le persone portano una cordigliera sulle spalle, riferendosi alle prove che la vita di tutti i giorni ci mette davanti. È un’immagine che rimane impressa, restituendoci quella di una colonna vertebrale in cui ogni vertebra è un passo in più verso la salvezza. Nel nostro cercare il senso di una storia così fuori dall’ordinario eppure così umana, la cordigliera sulle spalle diventa un po’ uno zaino, dove si fondono passato e presente, quello che sono e quello che voglio riabbracciare, la memoria che mi aspetta e il destino che devo ancora costruire. Uno zaino cucito a mano, con brandelli di materiali diversi, uno zaino inventato, capiente, impermeabile, in cui potersi infilare insieme ai compagni, per stare al caldo. Oltre quella voce che sento provenire dall’alto e dal basso, oltre le vette, oltre i piedi che affondano nella neve.
Linda Dalisi