Osvaldo ha superato i sessant’anni e vive da solo. La moglie si è trasferita alle Canarie con un toy boy, mentre la figlia Lilli, alla quale è molto legato, riesce a occuparsi di lui solo tra i molti impegni della propria vita.
Nel prologo dell’Enrico V, Shakespeare denuncia l’assenza nel suo teatro di mezzi adatti a rendere al meglio la storia che di lì a poco verrà messa in scena e, nel farlo, si appella direttamente agli spettatori, o meglio, alla loro immaginazione. Oggi si attribuisce all’immagine un’importanza che mai ha avuto prima nella storia. Gli algoritmi dei social premiano le immagini più accattivanti e la parola scritta è ridotta al minimo di un hashtag. Questa situazione non è né positiva né negativa, come ogni aspetto della nostra contemporaneità ha luci e ombre, ma il reale valore di qualcosa sta nell’uso che se ne fa. Partendo quindi da questo sovraffollamento di immagini e di elementi visivi ho cercato di andare in controtendenza e mi sono chiesto se il teatro poteva fare a meno dell’immagine visiva. L’obiettivo era quindi snaturare il teatro fin dalla sua definizione, non più quindi theatron, il luogo dove si vede degli antichi greci, ma il luogo dove si sente, non semplicemente con l’udito, ma con tutto il corpo. Ispirato dalle audio-descrizioni che abbiamo iniziato a fare al Teatro della Juta e dall’ascolto continuativo di podcast, audiolibri e radiodrammi ho iniziato ad
immaginare uno spettacolo che fosse sentito e non visto, che fosse un’esperienza immersiva, ma che in qualche modo andasse a stimolare anche altri sensi, ma soprattutto, la mente e l’immaginazione degli spettatori. Far sì quindi che il pubblico sia parte integrante dell’atto artistico e che costruisca da solo, nel teatro della sua mente, lo spettacolo finale come meglio lo immagina.
Luca Zilovich
Osvaldo ha superato i sessant’anni e vive da solo. La moglie si è trasferita alle Canarie con un toy boy, mentre la figlia Lilli, alla quale è molto legato, riesce a occuparsi di lui solo tra i molti impegni della propria vita.
GOOD VIBES ONLY (the great effort) trasforma il gesto quotidiano dello scrolling in una potente metafora del presente. In scena, un solo corpo diventa il luogo in cui si accumulano, senza sosta, informazioni, immagini, tendenze e modelli imposti dalla costante interconnessione digitale. Danze virali, frammenti iconici e contenuti social si susseguono in un flusso ininterrotto, dando vita a un corpo-catalogo che assorbe e riflette le logiche della rappresentazione dominante. Secondo capitolo di una trilogia dedicata allo scrolling, lo spettacolo indaga le implicazioni etiche, politiche e sociali del ventunesimo secolo. Good Vibes Only è il titolo scelto per Playtime 2026/27, progetto di Piemonte dal Vivo in collaborazione con Stranaidea rivolto alle scuole superiori. Lo spettacolo è il punto di partenza per indagare il rapporto che gli adolescenti hanno con i social, in particolare con l’esposizione, la sovrastimolazione e la costruzione della propria presenza pubblica nei contesti online.
Cartografia della distanza parte da una domanda semplice: perché siamo qui e dove vorremmo essere davvero? Tra il punto A, in cui siamo, e il punto B, dove forse vorremmo essere, esiste una distanza fatta di tempo, costi e mancanze. Il progetto indaga le migrazioni spinte dall’amore — romantico, familiare, amicale. Attraverso interviste e testimonianze audio, crea un racconto sulle distanze che ci separano e sui piccoli gesti quotidiani che formano la realtà degli amori a distanza. I conti dei soldi, i fusi orari, i messaggi, le differenze linguistiche, le videochiamate, i pensieri quotidiani, le mancanze, le frustrazioni e i tentativi di raggiungersi diventano gli elementi di una quotidianità segnata dalla distanza. Cartografia della distanza osserva così le relazioni che si costruiscono e si trasformano tra un punto A e un punto B, raccontando le distanze che ci separano e i modi con cui proviamo a raggiungerci.