Una nuova produzione della compagnia Chille de la balanza, da oltre venticinque anni residente nell’ex-manicomio di San Salvi a Firenze. Il titolo è semplice, diretto, necessario: “UMANI. Questo volevo che capiste.” Nasce dai dipinti, disegni e diari di Francesco Romiti, straordinario Artista irregolare: alcune sue opere sono state esposte al prestigioso Trinkhall Museum di Liegi.
Non è un omaggio biografico né una celebrazione estetica: non si mette in scena l’uomo-Francesco Romiti, artista irregolare, quanto la sua visione, la sua urgenza espressiva, la sua “creazione” come atto etico, necessario, umano. Lo spettacolo nasce dalla volontà di comunicare – e far vivere – una visione del mondo capace di restituire valore all’essere umano nella sua imperfezione, fragilità e resistenza.
L’obiettivo dichiarato è quello di contribuire alla nascita – o alla riscoperta – di una comunità consapevole dell’importanza dell’essere umani, oggi più che mai messa a rischio dalla spersonalizzazione sociale e dall’omologazione culturale.
Ispirato dalle opere e dagli scritti di Romiti, “UMANI…” si muove tra linguaggi differenti: teatro, musica, video, suono, pittura e gioco, nel solco di un’arte che rompe le gabbie disciplinari. È questa la cifra della compagnia Chille de la balanza e della figura di Romiti: ponte tra tradizione e contemporaneità, artista ai margini ma mai marginale, voce dissonante e profondamente necessaria.
Francesco Romiti è stato un artista irregolare e radicalmente umano. Nato nel 1933, la sua vita è segnata da traumi, ribellioni, amori assoluti e una coerenza disarmante: non ha mai voluto vendere le sue opere, perché – diceva – “l’arte non si può vendere perché non si può valutare con il denaro”. Vive ai margini, in povertà, ma dipinge ovunque: sul retro dei volantini, su pezzi di legno raccolti per strada. Non cerca riconoscimenti, non frequenta il mercato dell’arte, ma continua a creare come gesto vitale, come forma di resistenza e salvezza.
In Romiti, come scrive lo storico dell’arte Tomaso Montanari, c’è una “santità fondata sulla pratica di una radicale verità: un uomo che, in una Firenze piegata al mercimonio della bellezza, ha scelto invece la verità di una bellezza inquieta, mai compiacente. La sua opera è un’invocazione continua all’umanità: centinaia di volti, ritratti e deformati, si affollano sulle superfici come un diluvio emotivo”. Secondo la storica dell’Outsider Art Eva Di Stefano, “Romiti non è un artista ingenuo, né un “folle”: è lucido, consapevole, attento agli altri. Ha scelto un confine e ne ha fatto casa, linguaggio, arma poetica”.
Pierino e il lupo di Sergej Prokof’ev è un concerto teatrale che unisce musica, narrazione e comicità. Attraverso la celebre fiaba musicale, ogni strumento prende voce e diventa un personaggio, permettendo al pubblico di riconoscerne il timbro e scoprirne le caratteristiche. A guidare il racconto è un’attrice e clown, che entra nella storia e dialoga con la musica, trasformando l’ascolto in un’esperienza scenica fatta di gioco, suoni e comicità.
Prigioniera della propria bellezza e dei privilegi acquisiti con il matrimonio, la contessa ungherese Erzsébet Báthory è convinta che il sangue delle giovani vergini possa conservarne l'avvenenza. Nel suo castello costruisce così un sistema di adescamento e sterminio che, secondo i documenti del processo, avrebbe causato centinaia di vittime. Nel tempo della scena, la contessa è rinchiusa in una stanza del castello insieme al fedele complice nano Janos, mentre gli armigeri sono giunti per arrestarla. Rivolgendosi al Capitano, ripercorre la propria storia e le ragioni che l'hanno condotta fino a quel momento. Attraverso il racconto emergono il rapporto con la bellezza, l'ossessione per l'immagine e una solitudine alimentata dal desiderio di preservare sé stessa a ogni costo.