Ispirato con grande libertà all’ultimo capitolo dell’Ulisse di James Joyce, Ape Regina segue Molly Bloom nel corso di una sola giornata, il 16 giugno. È il giorno che Molly decide di dedicare a sé stessa: per fare il punto della situazione, terminare ciò che ha rimandato, oppure mandare tutto all’aria.
Moderna Penelope e ex cantante-attrice che continua a desiderare il proprio pubblico, Molly attraversa una corrente ininterrotta di pensieri, ricordi, desideri e immagini. La sua giornata scorre in una stanza carica di aspettative, dove il tempo si dissolve e le coordinate si spostano liberamente dagli anni Cinquanta al presente, dall’immaginario hollywoodiano a un oggi indefinito.
Nella figura di Molly affiorano le tracce di grandi protagoniste del cinema del Novecento. Il corpo diventa il luogo in cui si depositano entusiasmi, paure, desideri e scoperte. Parlando di sé, Molly prova a riconoscersi, a capire di cosa è fatta, fino a trasformarsi in un libro aperto sul mondo.
Nel corso della giornata emergono anche i momenti di silenzio e solitudine, in cui fare i conti con ciò che manca. Tra presenza e assenza, memoria e futuro, Molly cerca una forma di dialogo con i vivi, con i morti e con sé stessa.
Due donne, attrici e amiche di lunga data, si ritrovano dopo trent’anni. Non attendono nessuno: si muovono piuttosto come equilibriste sulla soglia incerta del tempo, dentro una realtà fatta di istanti presenti che si sovrappongono e si frammentano.
In scena il tempo prende forma attraverso il corpo, che conserva tracce di ciò che resta e di ciò che scompare. Custodisce la memoria, ma anche la sua perdita. Nelle situazioni che si susseguono, passato e presente si intrecciano continuamente: il tempo si arresta, accelera, si dilata. Gesti e sguardi diventano modi per attraversarlo, dentro un flusso che mette in discussione la linearità cronologica.
Al centro dello spettacolo emergono i temi della memoria, dell’identità e del cambiamento, attraverso una riflessione sul rapporto tra corpo e tempo.
Lo spettacolo, tratto da Chicchi la resistente di Anita Ginella, ripercorre la vicenda di Teresa Mattei, la più giovane madre costituente e partigiana conosciuta con il nome di battaglia Chicchi.
In scena, due interpreti abitano uno spazio essenziale segnato da due punti luce. Da una parte un docente di storia tenta di tenere una lezione a studenti invisibili e disinteressati; dall’altra Teresa prende corpo attraverso i ricordi, alternando la donna anziana alla giovane partigiana. Ne emerge un dialogo tra generazioni e tempi diversi, in cui esperienze private e vicende pubbliche si intrecciano.
Nel corso di settanta minuti affiorano gli anni della Resistenza, il lavoro nell’Assemblea Costituente, il confronto politico con Palmiro Togliatti e la scelta di lasciare il Partito Comunista Italiano. Il racconto segue infine Teresa nella sua attività di pedagogista, dedicata alla tutela dei diritti dei bambini e alla loro educazione civile.
Pubblicato nel 1973, Storia di un impiegato racconta una ribellione immaginata, tentata, fallita e infine, paradossalmente, compiuta. Al centro c’è un impiegato, figura emblematica della società borghese degli anni Settanta, attraversata dalle tensioni politiche e sociali del tempo. Attraverso le canzoni dell’album, Fabrizio De André segue il percorso di un uomo che cerca un’alternativa alla passività e all’isolamento.
Lo spettacolo mette in dialogo quell’universo con il presente. Le canzoni, riarrangiate ed eseguite dal vivo, si intrecciano alla storia di un impiegato di oggi, un uomo comune alle prese con la difficoltà di trovare un senso di appartenenza, con la solitudine e con il rapporto problematico con la società che lo circonda. Ne nasce un confronto tra le domande poste dall’album e i conflitti che continuano ad attraversare il presente, dove le piccole battaglie quotidiane si consumano spesso nel silenzio.
In un non luogo scenico, tra ambienti quotidiani sospesi fra disagio e apparente comfort, un’improvvisa esplosione di odio incrina equilibri costruiti da luci e suoni. Si susseguono le testimonianze di donne i cui sogni si sono trasformati in incubi e di uomini che hanno confuso l’amore con il possesso.
Monologhi, interpretazioni e letture intrecciano voci provenienti dall’Ottocento fino ai giorni nostri. Passato e presente si sovrappongono, le epoche si mescolano e i confini temporali si dissolvono, lasciando dietro di sé le tracce di sogni spezzati.
Osvaldo ha superato i sessant’anni e vive da solo. La moglie si è trasferita alle Canarie con un toy boy, mentre la figlia Lilli, alla quale è molto legato, riesce a occuparsi di lui solo tra i molti impegni della propria vita.
Con l’arrivo del periodo prenatalizio, Osvaldo riceve una visita inattesa: un personaggio che si presenta come lo “Spirito del Natale”, o più semplicemente Nat. La sua presenza cambia completamente l’attesa delle feste, ma c’è un problema: Nat è visibile e udibile soltanto da Osvaldo. Da questa situazione prendono forma equivoci e malintesi che coinvolgono soprattutto Lilli, sempre più preoccupata per la salute mentale del padre. Quando il Natale passa, tutto sembra tornare alla normalità. O forse no.
Tutto accade in un istante: il passaggio dalla vita alla non vita. Un momento che si dilata in un tempo sospeso, dove ogni cosa sembra fermarsi. In quello spazio, Giulio Monteverde ripercorre i passaggi più significativi della propria esistenza.
Accanto a lui c’è il suo Angelo, che prende forma come riflesso della sua coscienza e del suo impulso creativo. Il dialogo tra l’artista e la sua scultura attraversa ricordi, pensieri e consapevolezze legati alla fine della vita. Poi il silenzio riporta ogni cosa alla realtà: il pensiero si cristallizza e torna pietra.
Il monologo è una riscrittura dell’opera shakespeariana che, pur giocando con il personaggio e con uno stile grottesco, mantiene intatta la potenza della tragedia. Il punto di vista è unicamente quello della Lady, crudele e annoiata, che guarda il mondo con sofferente distacco.
La forza del monologo è il dialogo tra classico e contemporaneo, tra l’adesione al testo e il suo tradimento, sorprendendoci con inserimenti pop e immagini poetiche.
Lady Macbeth mette in discussione la nostra moralità e ci rivela, immergendosi sempre più al suo interno, l’estrema ferocia del potere. È un invito alla disobbedienza raccontando esattamente il suo opposto: la regina ci guarda e continua a pungolare la nostra pazienza.