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Spiando una sala da ballo

Punti di Vista

calendar icon01 marzo 2024
We Speak Dance "on tour"

Anche l’edizione 2023/2024 di We Speak Dance si dota di un team di formidabili penne, pronto a seguire – a bordo di un Carro di Tespi motorizzato – alcune date della rassegna diffusa sul territorio piemontese. La redazione itinerante – nata come esperienza pilota nella stagione 2022/2023, sulla scia del progetto di dance writing How do you spell D-A-N-C-E? promosso dalla Lavanderia a Vapore di Collegno – accoglie giovani provenienti dalla Scuola Holden e dal DAMS dell’Università di Torino. A loro è affidato il compito di tradurre in parole e immagini la visione coreografica. Gli spettacoli programmati diventano così occasione per far “danzare la scrittura”, declinandosi in differenti formati e output.

BALLROOM: processo e performance

Prima occasione di osservazione è stata la performance intergenerazionale BALLROOM, che ha visto la partecipazione attiva di due comunità rispettivamente legate alla Lavanderia a Vapore di Collegno e al Teatro della Juta di Arquata Scrivia, entrambe impegnate in workshop tenuti da Chiara Frigo, in vista delle messinscene programmate alla Sala SOMS di Arquata (24 novembre 2023), al Barrocco di Pianezza (30 novembre 2023) e al Movicentro ZAC! di Ivrea (1° dicembre 2023). A seguire, le restituzioni di Mirco Spadaro e Martina Vianovi.

Sale da ballo in luoghi inaspettati (di Mirco Spadaro)

La Mezquita, a Kaula Lumpur, in Malesia: ex moschea folle, sacra e blasfema allo stesso tempo, piano inclinato da ballo per dervisci ruotanti in senso inverso. A ballarci, l’estasi, la possessione; l’odore dell’incenso. Cova Santa, Ibiza, Spagna: una discoteca sotto il cielo di pietra in una grotta nascosta. Un riverbero e un eco da strapparsi i timpani, suggestivo come il bangie jumping a occhi chiusi. Das Bett, Francoforte, Germania: un vecchio hotel riconvertito a sede gloriosa della musica punk tedesca. Le stanze? Cabine private per balli sfrenati. La Fabrique, Parigi, Francia: nascosta sotto il ponte Alexandre III. Berghain, Berlino, Germania: una centrale elettrica abbandonata. Hautnah, Dresda: un vecchio deposito di carbone. Robot Restaurant, Tokyo, Giappone: un ristornate futuristico servito da robot, musica elettronica e luci al neon che ti fanno dimenticare il sole. Barrocco, Pianezza, Italia: una chiesa sconsacrata del 1764 con una strobosfera sotto la cupola.

Le sale da ballo sono luoghi inaspettati; ci succedono cose, incontri che non t’immagini. È il caso di eventi come il Glass Spider tour, 1987: di fronte alla porta di Brandeburgo a Berlino Ovest, i berlinesi sono in piedi, davanti e dietro il muro, a sentire l’attacco di Heores suonato da David Bowie. Balleranno tutta la notte e fanculo a ogni divieto. Oppure: novembre 1989, Love Parade; Berlino Est e Ovest, sempre loro, che ballano davanti e dietro al muro. Sta per essere abbattuto. Alle volte, poi, le sale da ballo sono luoghi semplicemente strani. Come a Cleveland, in Ohio, quando durante il Balloonfest del 1986 vennero sparati in aria un milione di palloncini. Raccolta di beneficenza. Per chi non se lo immagina, un milione di palloncini caricati ad elio non sono tanti: sono tantissimi. Così inverosimilmente tanti che oscurarono il sole, rovinarono la circolazione, dettero diversi problemi all’aeroporto e ad una motovedetta della polizia che stava cercando un paio di sommozzatori dispersi. Nei giorni successivi, seguendo il percorso del vento, caddero nel vicino lago Erie; fu un problema per la navigazione (si ruppero le eliche di alcune barche) e non fu molto divertente per i pesci. Le sale da ballo possono essere anche luoghi rivoluzionari: nella New York del 1836, durante il debutto di Emily Warren, Sarah Butler Wister e le sorelle Anna e Rebecca Haines, contrarie alla patriarcale usanza dei Coming-out parties, decisero di dare una svolta alle danze: si travestirono da orrende diavolesse ingobbite – occhi rossi, sottane arancioni, faccia carbone – bestemmiando e rovinando la festa a tutti. Eccentrico, fuori luogo; a suo modo rivoluzionario: il ballo delle gobbe divenne un successo che portò i giornali a domandarsi un attimo di più sul ruolo delle donne nella società del tempo. Portò anche la nascita di una nuova moda: il look “gobba”; durò solo per qualche anno, il tempo che lo scandalo passasse, che i colpi della strega dettero i loro frutti.

In una sala da ballo si sono incontrati Andy Warhol e Lou Reed (Paraphernalia, New York); Salvador Dalì e Coco Chanel – era un ballo sociale del 1938; Elizabeth Bennet e Mr. Darcy, Jane Austen, 1813; Ryan Gosling ed Emma stone, La La Land, 2016; Cenerentola e il Principe, Fratelli Grimm; Eros e Thanatos se Freud avesse avuto un maggiore senso del ritmo e un po’ di auto-ironia.

A un ballo ho incontrato una ragazza bella e intelligente che una volta ho invitato a uscire. Era un ballo scolastico; un palco che scricchiolava vicino a un albero di Natale addobbato solo da un lato. Mi ha detto di sì.

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Is it a Ballroom? (di Martina Vianovi)

Tutto accade in una chiesa.
Non si tratta di una scenografia, proprio di una chiesa vera: abside, navate e organo sulla balconata.

Una signora anziana, seduta accanto a me, tiene il ritmo con il piede dentro la sua scarpa modello ballerina.
Siamo in seconda fila, io e la signora. Davanti a noi, una prima fila di sedie sono disposte in cerchio, accostate due a due. Al centro del cerchio: un grande spazio vuoto, tutto da scrivere.

I performer siedono nella fila davanti, una sedia sì una sedia no. Ciascuno di loro ha accanto a sé una sedia vuota. Ma è un vuoto che dura poco: subito si alzano, si muovono fra gli spettatori, porgono una mano e invitano a sedersi con loro in prima fila, proprio là davanti al vuoto.
Da principio, sono gesti semplici. Qualche passo, un cambio di posizione sulla sedia, o rispetto alla sedia stessa. Preparano l’atmosfera, preparano noi, preparano quello che sarà.

Attorno a questo inizio in punta di piedi, la chiesa. Mixata a una specie di discoteca, a dirla tutta. La classica sfera  fatta di specchietti appesa al soffitto, e sulle pareti proiezioni di lucine che si muovono lente, al ritmo di una musica pacata. DJ e regia stanno sopra, con l’organo alle spalle. Una chiesa e una discoteca mescolate insieme non le avevo mai viste.

Ora la musica è leggermente più incalzante, una marcetta, qualcosa di circense. Performer e spettatori condotti in prima fila (e dunque diventati performer a loro volta) si guardano. C’è chi non guarda sempre negli occhi, qualche volta lo sguardo è una fuga altrove. Ma ognuno concede solo quel che può, e che vuole. E va bene così.

Arrivano le presentazioni: Mi hanno chiamata Delia, riesco a sentire dalla sedia di fronte alla mia. Cambio di posti, come in un gioco, e così tutti conoscono tutti. Mi hanno chiamato Marco. O forse era Mario, il nome? Non sono sicura, ma non importa. Quello che importa è questo piccolo girotondo delicatissimo, e i nomi sono la prima offerta. Ma in questo modo preciso: Mi hanno chiamata, Mi hanno chiamato. Non Mi chiamo. Come fosse qualcosa, in un tempo remoto, sfuggito alla propria volontà, o magari ancora modificabile. Forse, come se ciascuno di loro — ciascuno di noi — avesse preso in sorte il nome che qualcun altro ha deciso per lui, ma potesse sfoggiarne molti altri, di nomi — molte altre versioni di se stesso — che questa volta ciascuno decide per sé.

Poi, è il momento di nascere: camicia hawaiana dice Sono nato del 1957, maglia a righe Io sono nata il 21 agosto mille e novecento — e mi perdo il finale.

Nel frattempo abito a pois fa qualche piroetta sulla musica. Sunday moring, brings the dawning…

Quando ero piccola facevo sempre… Sembra che la musica si diverta a giocarmi qualche scherzo, mi perdo sempre la cosa più importante. O la cosa più importante è solo essere qui? Esserci, anche solo dalla seconda fila.

Sunday morning, and I’m falling…

Si scambiano segreti, adesso. Ci hanno insegnato che non si fa, sussurrare all’orecchio di qualcuno non si fa, eppure qui è un gesto che si trasforma. Diventa prezioso.

Scarponcini e caschetto, Il mio amore quello vero era un pittore tanto, tanto più grande di me, gilet e camicia damascata, Il mio primo amore si chiamava Laura, eravamo in quarta elementare.

Cambia la musica. Dance me to your beauty with a burning violin…

Vanno a mischiarsi al centro poi, questi esseri umani. Camminano, si incrociano e si inchinano, accennano qualche movimento di danza proprio in quel centro così vuoto, prima. Ora che vuote sono le sedie davanti a me, chissà come deve essere, penso, essere seduti lì, invece che qui dove sto io. Essere chiamati dentro a questo spettacolo che non sembra del tutto uno spettacolo eppure lo è, e così forte.

Un filo continuo di sguardi, abbracci, qualche carezza, non sapere cosa sta per succedere — deve essere qualcosa come l’amore, questo spettacolo qui.

Show me slowly what I only know the limits of
And dance me to the end of love
Dance me to the end of love

Il silenzio, i sussurri, i passi. Poi di nuovo alle sedie, dagli interlocutori. Questa volta, chiedono. Come si chiamava il tuo primo amore? La domanda, anche se non è per me, arriva fino a me. Quasi nessuno risponde con la voce. Sono sicura però che ciascuno risponda dentro di sé, con la voce dei pensieri.

Un jazz che non conosco, adesso.
La signora accanto a me continua a tenere il tempo con il suo piede nella ballerina. Chissà come si chiamava il suo primo amore. Chissà come si chiama il suo ultimo amore. Chissà se sono lo stesso amore.

Schiocchi di dita, qualche twist, accenni di swing. Piedi che scivolano sul pavimento della chiesa discoteca.

Compaiono penne e pezzetti di carta che se ne stavano nascosti sotto le sedie. (Erano poi davvero nascosti, o siamo noi che non li abbiamo visti, che non li abbiamo guardati?). Quei foglietti saranno depositari dei nomi di alcuni primi amori. Chi vorrà, potrà scrivere. Finiranno in una staffetta da una mano all’altra, in uno scambio accompagnato dal caso — che a ognuno arrivi l’amore di qualcun altro, senza sapere chi.

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Non poteva che accadere dentro una chiesa, tutto questo. Questa poesia ballerina e leggerissima, toccata dalla grazia e dalla sacralità. Come sacro è sempre il momento in cui un essere umano incontra un altro essere umano.

Penso alla devastazione, fuori di qui. Bombe, guerre, palazzi polverizzati, corpi lacerati, persone che non sono più, la disgraziata inutilità di tutto questo distruggere di cui non sembriamo saper fare a meno. E nel frattempo, in questa chiesa, in questa piccola chiesa persa nella nebbia della provincia piemontese, una sfera fatta di vetro riflette quadratini di luce sugli stucchi e sulle navate, lucciole di luce proiettate su corpi in movimento così diversi, alcuni giovani altri meno, grassi, magri, alti, bassi, semplici esseri umani che sussurrano il nome del proprio amore, si scambiano segreti alle orecchie e si inginocchiano gli uni davanti agli altri, ognuno davanti a sconosciuti.

I’ll be your mirror
Reflect what you are, in case you don’t know…

Poco fa, era danza.
Fra poco, ancora sarà danza.
Movimenti, e pause.
Festa, e silenzio.
Deve essere proprio come l’amore, questa faccenda qui. Per qualche istante sospeso, un miracolo sussurrato, in faccia all’osceno buio del mondo là fuori.

But if you don’t, let me be your eyes
A hand to your darkness so you won’t be afraid

Tra qualche istante, al centro ci saremo tutti. A riempire il vuoto che non è più vuoto. Anche noi, dalle seconde file. Anche la signora anziana con le ballerine. Lei più di tutti, a giudicare come si muove. Forse stava aspettando solo questo. Siamo scivolati al centro della Ballroom, senza essercene accorti. Abbiamo trasformato il vuoto in pieno, senza essercene accorti.

Vuoto.
Pieno.
Miracolo.
Amen.

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