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Una sgangherata liturgia

Punti di Vista

calendar icon06 marzo 2024
Sacre rappresentazioni e coreografie profane targate Zerogrammi

Venerdì 1° e sabato 2 dicembre a calcare i palcoscenici di San Maurizio d’Opaglio e Lanzo – per la rete di Corto Circuito, nell’ambito della rassegna We Speak Dance – è stato lo spettacolo Inri. Un pezzo storico del repertorio di Zerogrammi, germinato nel 2008 su progetto coreografico di Stefano Mazzotta ed Emanuele Sciannamea, con protagonisti Chiara Guglielmi e Gabriel Beddoes.

“I personaggi di questo racconto, dai colori grotteschi, paradossali, improbabili pur nella loro veridicità, si muovono – recitano le note di regia – sulla scena in un percorso temporale che imita quello di una sgangherata liturgia. Parlano di una religione dai tratti ‘meridionali’, che profuma di mandarini sui presepi, che risuona di bolero nelle piazze dopo le sacre processioni, una religione di docili vecchiette rosario-munite ancora bardate in nero, il cui Dio, dopo la benedizione nel luogo imputato, le raggiunge tra le cose domestiche”.

A cogliere (e a tradurre in insolite forme di restituzione) alcuni frammenti dell’opera, per ciascuna delle due serate di replica, sono stati i dance-writers Ludovica Fioravanti, Michele Pecorino e Martina Vianovi.

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La religgioni (di Ludovica Fioravanti)

Post Mortem. L’attesa della dipartita.
Fuori dal portone, pioggia e nebbia.
Dentro la sala, candele e incenso.
Il rito sacro della preparazione
Per porgere i saluti finali.
Le offerte? Manca qualcosa?
Il volto coperto dal velo di tulle nero incastrato nel cerchietto,
La borsetta da riempire.
“Unn’è ca l’alcol?!”
“‘mmriacuna! Larruni!”
C’è chi crea e chi distrugge
In una spirale di bisogni.
Accoglienza, Intimità, Ordine.
Forse manca ancora una candela.
Corteggiu funebbri.
Quanto dura la cerimonia?
Parole, parole, parole.
Amunìnni. Non riesco a stare ferma sulla sedia.
La noia che contorce i corpi.
Uno strazio. “Unn’è ca l’alcol?!”
Ma poi arriva Lei, sola,
Si aggira ondeggiando
Come un vento caldo,
Di nero vestita
Porta doni,
Uno alla volta,
DO UT DES.
Tutto a un tratto: u paradisu.
Bianca è la luce.
Credo nella calma dopo il cammino
Ma anche qui non c’è riposo.
Chi è rimasto laggiù,
Animi Santi e Tutti li Santi, niatri simu suli e Vuiatri siti tanti. Livatimi stu malumuri e tutta sta cunfusioni chi avemu ‘nta u nostru cori.
In una coreografia di gesti letterali.
Edificiu sacru.
Hai monetine? Per la luce perpetua.
Le bollette, è rotto!
Dammi altre monetine.
Si spegne subito!
Monetina.
un’altra
un’altra ancora
non bastano
cerca bene
in fondo alla borsa.
E pigghiari tutto! Pure la borsa!
Che tanto Lei ci porterà via nudi,
Come la virgogna.

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Proiezioni del liturgico dì corrente (di Michele Pecorino)

[…] il sacro e il divino accompagnano anche voi, dentro il letto, sul campo, davanti alla fiamma? Ogni gesto che fate ripete un modello divino. Giorno e notte, non avete un istante, nemmeno il più futile, che non sgorghi dal silenzio delle origini. (C. Pavese, Le Muse, in Dialoghi con Leucò, Einaudi, Torino 1947).

Accedendo alla sala, sul piccolo palco ancora  non illuminato, si intravedono alcuni oggetti di scena: una sedia, dei fiori e  dei lumini.  Esattamente dei cerini rossi, come quelli  che si intravedono nelle edicole votive o cunnicelle, come si chiamano dalle mie parti, non difficili da trovare tra i vicoli delle città e dei paesi del meridione italiano. Mentre la sala si va riempiendo qualcuno, tra i convenevoli di una autunnale  serata di sabato di inizio dicembre, dedica qualche minuto, come me, ad attenzionare la scena prima di affidarsi alla lettura del foglio di sala.  Finalmente le luci in platea calano, e con esse smorza anche il chiacchiericcio, prima tramutandosi in un brusio di fondo e poi in silenzio.  Al ritmo di un cigolio lento e cangiante, sul minuscolo palco Lanzese fanno il loro ingresso i performer. Indossano delle lunghe vesti nere, i loro volti sono schermati da delle velette anch’esse nere e sono muniti di rosari. I due personaggi, dalle tinte grottesche, entrano ed escono di scena, si inginocchiano per subito rialzarsi, intessono un ritmo che col procedere dei minuti si fa sempre più incalzante. I loro passi ora veloci, ora lenti si concedono delle pause.

La partitura che le  due figure seguono rimanda ad un andamento processionale iscrivendoti però in un quotidiano domestico fatto di gesti ripetuti e ormai codificati. I loro corpi sono mossi dalla volontà di agire sugli oggetti ed è attraverso questa febbrile volontà che le due figure si incontrano, interagiscono ed entrano persino in conflitto tra di loro. Accendono e spengono candele, si inginocchiano, si rialzano, si abbandonano alla fumigazione delle scena mediante dei bastoncini di incenso, poggiano sull’intreccio di canapa delle sedie presenti in scena il bianco bucato per poi portarlo nuovamente via,  sorseggiano furtivamente persino il vino rosso della messa. Le due prefiche, perennemente discordi, sfidano l’una le azioni dell’altra, si boicottano a vicenda e si sostengono. Anche i volti dei due performer, contriti dalle genuflessioni e dalle prostrazioni oratorie, sono delle elegiache maschere che trasudano espressività cangianti.  

Inri appare come una celebrazione parodistica dove tutto si impernia sulle improbabili e bigotte ritualità di due anziane. È una paradossale partitura composta da una liturgia dove l’andamento processionale, pur rimanendo ben saldo allo spazio del palco, si proietta verso lo spettatore coinvolgendolo.  I caratteri d’un quotidiano trascorso, affidato ormai alla memoria, conducono verso una proiezione al divino. Il sacro silenzio  e la danza si fondono in questa performance dalla struttura sgangherata, crudele ma nello stesso tempo tenera e poetica. Un po’ come le due prefiche attempate, interpretate en travesti in scena, che si proiettano verso un modello divino, pur rimanendo ben salde alla loro quotidianità, così anche lo spettatore attraverso questa visione ha la possibilità di dirigersi verso uno spazio altro.

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Riso nero (di Martina Vianovi)

Il dolore è nero, nero è il lutto.

Il tormento è un’onda,
e l’onda sempre rientra,
dopo essersene andata.

Il dolore è nero, nero è il lutto.

Nere sono le vesti e nere le velette.
Neri i ceri, benché rossi.
Neri i ritratti di chi non.
Nere le cantilene,
nere le movenze,
nere le ciglia, orientate al suolo.

Il dolore è un’ondeggiare,
dentro una pancia grande di vascello.

Mentre sta in attesa, il corredo del dolore, d’esser frequentato.
Gli incensi, i guanti scuri, le campane,
le ostie, la navata, sedie vuote,
la disponibilità della cassetta delle offerte.

Liturgie e canti sacri,
mormorii di pianto e gara di afflizioni,
rituali consacrati, disgrazie e poi sciagure.

Ma
che si possa ridere e morire insieme?
Contravvenire questo sacramento di penombra?
Gabbare l’assenza di più luce
con una fiaschetta di Vin Santo sotto braccio?

Questa sarabanda di sventure
circo della desolazione
festa santa delle angosce
è per i morti
o per noi stessi?

Giocare allora
a sfilare il riso dalle pieghe,
un sorriso
tintinnante d’acqua santa.

I fiori
— fiacchi —
sui cappelli alzano il capo.

Le fiammelle votive
cera morbida
balenio inatteso di chiarori.

La penitenza resa lieve,
campo giocondo e santo di condivisione.
La spartizione del dolore,
peso disunito
e nel rinfianco mitigato.

Che siano
rovina e sollievo
scivolati dalla stessa parte?

Resteremo qui, fino alla fine.
Nudi.
Nudità da cui veniamo, nudità cui ritorniamo.
Certi, e spogli.

Tu.
Io.

Noi.

C’è pur da sopravvivere alla morte,
in qualche modo.
Come in libera caduta verso l’alto.

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